MA IL SISTEMA E’ LA RETE
Generalmente dagli interventi dei rappresentanti di associazioni di tutela dei cittadini ci si aspettano
generiche denunce di disfunzioni o peggio e altrettanto generici appelli al
miglioramento della qualità dei servizi, interventi ascoltati distrattamente e
a volte con un malcelato senso di fastidio.
Cercherò nel limite fissato dal tempo e dalle capacità
personali di modificare questa opinione, iniziando con
un sentito, benché privo di piaggeria, ringraziamento alla Fondazione SmithKline che rischia ormai di rimanere la pressoché unica
istituzione a mantenere vivo un dibattito organico sul diritto alla tutela
della salute nelle sue molteplici e complicate sfaccettature.
Anche questo seminario “I servizi sanitari in rete: dal
territorio all’ospedale al territorio” con i relativi contenuti, allunga il
filo rosso di una storia che si dipana ormai da quasi un trentennio e segue con
occhio benevolo ma non privo di capacità critica
rigorosa il passato, il presente e il futuro dei nostri servizi socio-sanitari.
In premessa, spero mi sia consentita una precisazione sul
tema.
Ho sempre pensato che nell’ormai lontano 1978 con
l’approvazione della legge 833 era chiaro come il
concetto di tutela della salute subiva uno straordinario cambiamento. Passare
dal regime mutualistico all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale per
sua natura universalistico ha costituito un passaggio epocale.
In quel preciso
momento si è affermato il concetto di “rete” in sanità.
Infatti, cosa rappresenta il SSN
se non la consapevolezza che, se si vogliono attuare gli articoli 3 e 32 della
nostra costituzione, è indispensabile provvedere alla costruzione di una “rete
territoriale di servizi sociosanitari” nei quali parole come prevenzione, cura, riabilitazione si
trasformano da concetto a volte astratto e lontano dal pensare comune in una
solida, effettiva capacità del sistema sanitaria di rispondere ai bisogni di
salute del cittadino.
In questo contesto, sarebbe
interessante se il seminario o altri convegni oggi si ponessero la domanda sul
perché oggi a 28 anni di distanza dall’istituzione del Servizio Sanitario
Nazionale ci troviamo a parlare della esigenza di fare “rete” perché, come si
afferma sulla presentazione del seminario stesso “solo il profondo convincimento
da parte di tutti che la protezione della salute può avvenire in modo efficace
e a costi (umani ed economici) compatibili attraverso una sostanziale
unitarietà dei meccanismi di cura (e a
ciò aggiungo di prevenzione e di riabilitazione) permette di ottenere
risultati efficaci”.
Nella realtà la storia del Servizio Sanitario Nazionale,che ha sempre avuto e tuttora ha nemici interni ed esterni
al sistema, costituisce un intreccio di tentativi in grado di determinare
assetti generali in grado di rispondere alla prima, fondamentale caratteristica
che un servizio di natura e scopi straordinariamente civili deve avere:
garantire l’accesso equo e tempestivo dei cittadini.
Da questo punto di vista, se tutto funzionasse
come si deve, nessun assetto può essere migliore di un “sistema in rete” per
sua natura dinamico e, quindi, sempre sottoposto a modifiche obbligate
dall’evoluzione della tecnologia, della farmaceutica, delle metodiche e di
conseguenza della formazione e dell’aggiornamento professionale degli addetti.
Una continua, grande sfida che
purtroppo non è stata vinta e in più di qualche caso ha ricevuto sonore batoste
determinate da una tenace avversione ideologica nei confronti del Servizio
Sanitario Nazionale, da scelte politiche dominate da superficialità e, a volte,
da opportunismi.
Per inciso negli anni ’80, in base ad una speciale applicazione della legge del
contrappasso, ci furono due ministri della sanità liberali notoriamente
contrari alla legge 833.
La parziale digressione mi permette di introdurre uno
degli argomenti che mi stanno più a cuore e cioè il
motivo per cui oggi ci troviamo qui per discutere dei “servizi sanitari in
rete”. Credo che molto abbia a che fare con un senso di diffusa delusione o
disincanto che oggi aleggia sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale.
In effetti, sarebbe utile organizzare un incontro dal tema
“Il Servizio Sanitario Nazionale prima e dopo il 1995: un confronto”.
Perché il 1995? Perché è stato l’anno d’inizio del nuovo
corso in sanità pubblica. Dal
1° gennaio 1995 hanno incominciato ad imperversare in sanità parole come
concorrenza, mercato, aziendalizzazione che hanno contribuito in modo decisivo a
scardinare il concetto di “rete” naturale per un servizio pubblico di carattere
universalistico.
Perché un confronto? Perché sarebbe interessante comparare, ad
esempio, bilanci e liste d’attesa per rendersi conto che il trasferimento delle
competenze ad un demiurgo che corrisponde alla figura del direttore generale in effetti non ha prodotto risultati apprezzabili in
termini di miglioramento della qualità del servizio e di risposta ai bisogni
della cittadinanza.
Che dire poi della fantasiosa ingegneria
istituzionale che ha pervaso freneticamente molte regioni con il risultato di
una frammentazione o viceversa accentramento delle aziende sanitarie con il
risultato negativo di eliminare l’indispensabile collegamento tra struttura e
territorio.
Sono successe le cose più improbabili quali la pressoché
completa eliminazione di ogni forma di controllo sugli
atti e sulle aziende sanitarie, l’interruzione dei processi di programmazione
fondamentale strumento per qualsiasi strategia di politica sanitaria, la
separazione degli ospedali dalle Unità sanitarie locali che ha determinato la
separazione del sistema informatico con effetti che ognuno di noi oggi può
giudicare, una legislazione che ha permesso al servizio pubblico di copiare il
peggio del privato, la truffa dell’esclusività che nobilita nel pubblico una
prestazione che, se fornita nell’ambito privato, farebbe gridare al mercimonio
della professione medica (e non solo di quella) ecc. ecc.
A questo proposito, succedono ormai tutti giorni fatti
inaccettabili. Ad esempio, la prestazione richiesta presso specialista nello
stesso ambulatorio ospedaliero in regime pubblico viene
fornita dopo mesi e mesi e in regime di libera professione intramoenia
viene onorata addirittura nella stesso pomeriggio della prenotazione.
In questo contesto, il concetto
di “rete” sembra diventare lo slogan degli uomini di buona volontà e cioè di coloro
che per affinità professionali e simpatia personale decidono di attivare
circuiti virtuosi tra le strutture di cui, magari, sono responsabili. Nel
ringraziarli per la sensibilità, corre l’obbligo di affermare che non è
certamente questa la”rete” di cui il “sistema” ha bisogno. Un sistema sociosanitario in cui, peraltro, è sempre più larga
la linea grigia che unisce e confonde la parte squisitamente sanitaria da
quella relativi ai servizi sociali.
Dopo più di 10 anni di assurdo
“pensiero unico” nel campo della tutela della salute che non ha migliorato i
bilanci ed ha compromesso il principio fondamentale su cui si basa il Servizio
Sanitario Nazionale (equità e tempestività nell’accesso ai servizi sanitari) è
arrivata l’ora di invertire la marcia e di abbandonare strade che hanno
dimostrato una pericolosa inconsistenza.
Per fare questo è indispensabile sia chiaro a tutti che la “rete” è
il “sistema” e che questa è la cultura della tutela della salute che deve
ritrovare il primato.
Altrimenti, addio diritti e con
loro una straordinaria lezione di civiltà che, pur con tutte le manchevolezze,
il nostro Paese ha finora offerto al mondo intero.
Movimento dei Cittadini